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August 25

GIUSTIZIA PER PAOLO

24/09/2006: GIUSTIZIA PER PAOLO!

sito:

http://www5.autistici.org/giustiziaperpaolo/homepage.html

24 Settembre 2005. Il gruppo Brescia 1911 affronta una delle trasferte storicamente più sentite recandosi, a bordo di due treni speciali, allo stadio Bentegodi di Verona, per assistere al derby con l’Hellas.
Le nuove leggi che impongono biglietti nominali (decreti anti-terrorismo? E le leggi sulla privacy?) e che vengono applicate costantemente con tolleranza zero, stanno per scatenare l’inferno.
Durante la settimana che precede la partita, esattamente il giovedì sera, due giorni dopo l’inizio della prevendita dei tagliandi, viene comunicato di arrivare muniti di una copia della carta d’identità, tutti quanti. Cosa impossibile ormai da attuare vista l’enorme utenza di pubblico (circa 1000 persone) e il breve preavviso.
Si decide di partire lo stesso alla volta di Verona, muniti di regolari tagliandi ma, all’arrivo in stazione, molti si accorgono del clima a dir poco surreale che li attende. Nello scendere dal treno alcuni agenti di polizia cominciano a sussurrarci frasi alquanto sospette: “Come a Modena,come a Modena” (dove, qualche anno prima, si è stati vittime di un’imboscata della polizia che si è conclusa con il ferimento di alcuni ragazzi e di due agenti della digos che li stavano scortando) oppure : “Vediamo se dopo oggi ci andate ancora in trasferta”.
Frasi intimidatorie pronunciate a mezza voce si susseguono per qualche minuto, lasciando attoniti alla ricerca di una spiegazione a tante minacce.

Con 1000 persone al seguito più di tanto non possono fare, se non ammonirci per la prossima volta di avere una copia del documento d’identità. Iniziano a scortare su diversi pullman verso lo stadio, dove i primi gruppi sono già arrivati e stanno lentamente defluendo all’interno del settore riservato agli ospiti.
In questo frangente si nota che sono giunte allo stadio parecchie persone con auto private e si scopre che otto di queste non hanno con sé il biglietto d’ingresso.
Onde evitare problemi vengono ceduti loro i biglietti del gruppo affinché possano entrare e , come a volte accade, ci si avvicina al responsabile di turno con denaro alla mano per acquistare gli otto tagliandi mancanti (anche di un settore più caro del nostro).
Ma stavolta viene negata questa possibilità, dicono che non è possibile perché le nuove norme prevedono che i biglietti siano venduti solo fino al giorno prima della gara. Si insiste, anche perché ci sonoi soldi necessari ma, dopo varie telefonate, il responsabile di turno (stranamente aperto al dialogo), dice di aver avuto disposizioni dall’alto (Ministro degli Interni? Lega calcio?) e il no diventa irrevocabile. Si decide così di restare tutti (gruppo Brescia 1911) fuori dallo stadio mentre le poche persone che ormai sono dentro al settore vogliono uscire ma sono impossibilitati da grossi lucchetti posti sulle cancellate (sequestro di persona?).

Al termine della partita, svoltasi nella totale tranquillità senza un attimo di tensione o confusione, viene comunicato di salire sugli autobus per essere scortati alla stazione dove è pronto il treno del ritorno.
Nel frattempo, all’interno dello stadio, un cancello che divide il settore ospiti da quello dei locali viene “inspiegabilmente” lasciato aperto e alcuni bresciani partono per cercare il contatto con i veronesi.
Piccoli attimi di tafferugli e velocemente tre ragazzi vengono portati via (e già qui ci si chiede: ma chi doveva sorvegliare i tifosi, non sapeva di quel cancello? Chi mai può averlo aperto? Forse proprio la polizia con il pretesto di arrestare qualcuno?).
Le forze dell’ordine, fuori, cominciano a comportarsi in modo strano, la tensione cresce, gli uomini si preparano in tenuta anti-sommossa, sembrano quasi drogati, bava alla bocca, occhi sbarrati, tremori, pronti al massacro.
Per il momento non accade nulla di grave, vengono sparati lacrimogeni sia fuori che dentro al settore e uno di questi colpisce alla gamba un anziano tifoso veronese.
Il ferimento di quest’ultimo all’arto inferiore dimostra chiaramente che i lacrimogeni venivano sparati senza criterio ad altezza d’uomo.(E se, invece dell’anziano signore, passava in quel momento un bambino, l’avrebbe colpito al volto?).
Il primo carico di tifosi, dopo alcuni momenti di confusione, arriva alla stazione ed aspetta il secondo turno cominciando a prendere posto sui vagoni mentre altri ragazzi aspettano i compagni seduti sulla banchina di un binario morto.
All’arrivo degli altri gruppi, i responsabili si recano dalle forze dell’ordine per avere qualche notizia in più sulle persone arrestate, cercando ovviamente (cosa fareste voi?) di riaverle indietro.

A questo punto succede l’immaginabile. Dalla testa e dalla coda del treno partono feroci cariche che spingono a forza i ragazzi nelle carrozze.Queste hanno entrambe le porte aperte così, visto che la carica prosegue anche sopra il treno, con lancio continuo di lacrimogeni, molti scendono dalla parte opposta. Anche da dietro parte una carica, ma non sono le solite cariche di “alleggerimento” (alle quali si è ormai tristemente abituati) per spingere sul treno e fare ripartire alla svelta, stavolta la cosa prosegue per parecchio tempo e assume dimensioni disastrose.
Gli scontri non risparmiano donne (ferite al volto, al ventre e al seno, tutto documentato da foto), uomini di una certa età, ragazzini molto giovani e persino bambini che con il loro papà volevano solo godersi l’emozione di una partita allo stadio. Gli agenti colpiscono con manganelli rigorosamente impugnati al contrario, come vuole l’etica professionale, lanciano lacrimogeni ad altezza uomo, scagliano pietre contro le persono e contro i vagoni (rompendo parecchi finestrini), usano spray urticante sparandolo sul volto ed anche in bocca. Tra frasi minacciose (“Puttana,ti ammazziamo”) e vari gesti di collera, sembrano più belve che uomini.
In questo frangente accade il fatto più grave e drammatico. Durante una carica Paolo, ventinovenne di Castenedolo, riesce dapprima a rifugiarsi sul treno, trovare i suoi amici e raccontare di cosa è stato vittima (“Mi hanno manganellato in cinque sulla testa e mi hanno stordito con lo spray”) dopo di che si sente male, fatica a respirare e viene fatto scendere dal convoglio. La polizia chiama un’ambulanza e, constatato lo stato di Paolo, lo fa con un codice Giallo-Due (che letteralmente significa “Non c’è nulla di grave”). Intanto le sue condizioni peggiorano rapidamente, la respirazione si fa sempre più debole e difficoltosa, vomita verde e comincia a perdere conoscenza.
Dopo 25 minuti arriva l’ambulanza e gli operatori, constatando le gravissime condizioni in cui versa Paolo, chiamano un secondo automezzo con un codice Rosso-Tre che in cinque minuti sopraggiunge e porta Paolo all’ospedale di Borgo Trento dove sarà immediatamente operato per rimuovere un grosso ematoma alla testa.
Appena l’ambulanza si allontana dalla stazione, parte una seconda carica, ancora più violenta in cui vengono portati via altri quattro ragazzi.
Alcune persone sono state colpite ripetutamente, altre stordite dallo spray vengono aiutate dagli agenti della Polfer, spettatori inermi e sbigottiti del massacro (perché è di questo che si è trattato). Altri riferiscono di aver chiesto ad alcuni celerini se non si vergognavano di quello che i colleghi stavano facendo e di essersi sentiti rispondere: “Sì, è per questo che noi stiamo qui fermi”.

Ma perché,visto che ai tifosi impongono il biglietto nominale, la copia della carta d’identità, non impongono a certi macellai la divisa nominale? Questa viene adottata già in Inghilterra e Germania, non è una realizzazione impossibile, e poi consente di individuare i colpevoli. In queste nazioni il singolo che sbaglia, viene individuato grazie al numero sulla divisa e paga, come è giusto che sia.


Alla richiesta di parlare con un responsabile, viene riferito che al momento non è disponibile, agenti della digos non ce ne sono. L’unica cosa che accade è che un uomo da dietro, alzando un braccio, da l’ordine di partire con le cariche, quasi un “al mio segnale scatenate l’inferno”.
E questo maledetto inferno dura più di un’ora.

Partito il treno (uno solo con a bordo 1000 persone, anziché due come all’andata, alla faccia della sicurezza) con conseguente lancio di lacrimogeni addosso ad esso, i primi feriti gravi vengono fatti scendere a Desenzano del Garda per essere trasportati all’ospedale.
Il treno arriva a Brescia verso le nove e mezza e subito ci si dirige alle sedi dei due giornali locali, il Bresciaoggi e il Giornale di Brescia, per mostrare i feriti, le botte, le lacerazioni e le diverse contusioni e per raccontare la versione dei fatti.
Si viene raggiunti anche da un corrispondente Ansa, al quale viene raccontata la vicenda.
Per due giorni le versioni degli ultras si alternano a quelle della questura di Verona che, casualmente, discordano dalle prime. Poi il silenzio, o quantomeno un clamoroso tentativo di censura dei fatti accaduti. Dal canto loro, tutte le testimonianze sono state raccolte dal legale che li difende.
Ora è stata aperta un’inchiesta anche se non si vive nell’illusione che la verità salti mai fuori, si può già immaginare che il colpevole non pagherà, si sospetta purtroppo che chi ha ridotto Paolo in quelle condizioni non sarà certo individuato.
La sera stessa il questore di Verona si permette di diramare un personale bollettino medico sulle condizioni di Paolo, dichiarando che il taglio di 5 cm sulla testa è compatibile con un sasso lanciato da parte di un gruppo di veronesi (mai visti alla stazione) oppure di una brusca caduta a terra. Da notare è che nemmeno i medici dell’ospedale che avevano in cura Paolo hanno diramato un bollettino medico, quindi sembra davvero strano che lo potesse fare liberamente il questore di Verona.
Il giorno dopo costui pensa addirittura di supporre che sia rimasto ferito all’interno dello stadio oppure dai bresciani stessi.
Per quanto riguarda i mass media, giornali e tg danno per vera e certa la notizia fornita dalla questura, che etichetta i tifosi come i soliti cretini violenti, e pensano bene di smettere di parlare del caso.
Per tre mesi Paolo rimane ricoverato in prognosi riservata nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Borgo Trento e per tutto questo periodo i suoi amici del Brescia 1911 smettono di andare in trasferta e si recano da lui a Verona, per stragli vicini e cercare di trasmettergli la solidarietà e l'affetto di cui ha bisogno.
Il 5 Gennaio 2006 il gruppo Brescia 1911 convoca una conferenza stampa insieme alla famiglia di Paolo così per la prima volta, anche chi non era a Verona, può vedere con i propri occhi quello che i mille tifosi hanno subito.
Nei mesi precedenti sono state raccolte foto, videoriprese da cellulari, registrazioni audio e tutte le testimonianze possibili su quel tragico giorno.
Sono momenti di commozione e di rabbia.
Nei primi giorni dell’anno Paolo è stato dichiarato fuori pericolo, ha cominciato una lunga riabilitazione in un’altra clinica del veronese e nei week end può persino tornare a casa.
Gli amici di Paolo riprendono le trasferte, senza mai dimenticare neppure per un attimo quel loro amico vittima di veri e propri criminali in divisa.
Dopo un vergognoso quanto inutile comunicato congiunto dei sindaci di Brescia e Verona per il derby del ritorno, nel quale il fatto stranamente appare come opera dei soliti facinorosi, il 18 Febbraio a Brescia ha luogo una manifestazione aperta a tutti, Ultras e non solo, di ogni colore e fede, dedicata a Paolo, alla verità e alla giustizia.
Partecipano diversi gruppi provenienti da tutta Italia, di ogni categoria.
E finalmente il primo aprile Paolo torna nella sua Curva Nord, abbracciato dai suoi amici e dal calore del tifo.

Poiché solo il caso può essere così tremendo, sabato 23 Settembre 2006, quasi un anno dopo, c'è in calendario la trasferta a Verona. Tornarci sarà dura, per tutti.
E più duro ancora sarà accettare che nulla è cambiato, che la verità non è ancora uscita e che nessuno ha pagato per ciò che è successo.
Anzi no. Il questore di Verona sembra abbia subìto un provvedimento: si dice sia passato da Servizio Stadio Hellas Verona a Servizio Stadio Chievo Verona.
Alla faccia del provvedimento!


Tutto questo è avvenuto perché chi ha un briciolo di potere pensa di poterne abusare a suo piacimento, non si può ridurre un uomo in simili condizioni per una partita di calcio. Bisogna che i colpevoli vengano a galla, che chi sa si faccia coraggio e onore per parlare della vicenda, non si può credere che in tutta la stazione di Verona, punto nevralgico di raccordo per il traffico ferroviario, non ci siano telecamere a circuito chiuso. E nemmeno che un poliziotto con un minimo di dignità e di decenza non si sia reso conto cosa stava succedendo. Si sarebbe voluto vedere se Paolo fosse stato figlio loro. E la dura e triste omertà di chi a Verona c’era, ha visto ma non vuole esporsi, non vuole testimoniare. Ha paura, ma chissà cosa teme? Che salti fuori la verità? Che Paolo abbia finalmente giustizia?
Ci sono gruppi ultras e non solo che da tutta Italia e oltre esprimono solidarietà a Paolo e ai ragazzi coinvolti mentre a Brescia ciò che conta per molti ora è la squadra, in questo momento in cui Paolo  ancora lotta per tornare ad avere un vita perlomeno serena, lotta per tornare a cantare e a gioire in Curva come una volta.

E' importante tener viva l’attenzione su ciò che è accaduto, parlarne può aiutare a giungere alla verità. Paolo se lo merita, e come lui tutti i ragazzi che a Verona indossavano una sciarpa e si sono visti calpestare dignità e diritti.
Basta soprusi! 

April 21

Verità e Giustizia www.veritaperaldro.it

Un diciottenne muore a Ferrara pochi minuti dopo essere stato fermato dalla polizia dalle parti dell'Ippodromo. I giornali locali, a caldo, scrivono di un malore fatale, sembrano alludere a un'overdose. Ma subito saltano fuori particolari inquietanti e contraddizioni. La versione suggerita dalla questura fa a pugni con la relazione di servizio della squadra mobile. E chiunque vedrà il corpo del giovane non riuscirà più a credere a una sola parola della versione ufficiale.


Quello che stiamo per raccontare è successo all'alba del 25 settembre. Una domenica mattina. Ma la vicenda ha oltrepassato da pochissimi giorni le mura della città. Da quando la madre del ragazzo, dopo mesi di inutile attesa della relazione medica, ha deciso di aprire un blog e raccontare i propri dubbi.
Federico Aldrovandi aveva 18 anni, li aveva compiuti il 17 luglio. Viveva a Ferrara, periferia sud, zona di Via Bologna, avrebbe preso la patente la settimana successiva, studiava da perito elettrotecnico, suonava il clarinetto, faceva karate, era un mezzo campione vincitore di molte coppe, bravo in matematica e meno in inglese, impegnato in progetto con Asl e scuola per la prevenzione delle tossicodipendenze. il sabato sera, con gli amici, andava spesso a Bologna: è lì che ci sono locali, concerti. Così era successo anche quella volta.

Erano stati al Link, il concerto reggae era saltato ma la serata era filata via tranquilla. E' vero, Federico aveva preso qualcosa: uno "sniffo" di roba esilarante (una smart drug, naturale e non proibita) più un "francobollo" di Lsd. Nel suo sangue sono state trovate tracce di oppiacei e chetamina, poca roba, però. Nulla che giustificasse un'overdose o un comportamento aggressivo. E poi lui non era proprio un tipo aggressivo. La madre, gli amici, il parroco del quartiere, nessuno lo descrive come è stato descritto dalle veline di Via Ercole I D'Este, dove sta la polizia, e dalle dichiarazioni alla stampa. Erano appena passate le 5 quando il gruppo, tornato a Ferrara, si separa da Federico che decide di fare l'ultimo tratto a piedi, per rilassarsi, è ancora estate, si cammina volentieri. Andrea, Michi, "Burro" e gli altri non lo avrebbero rivisto più.


A questo punto comincia la versione della polizia.

 Il "contatto" avviene alle 5.47. Una volante sarebbe stata avvertita da una donna abitante in Via Ippodromo, preoccupata dalla presenza di un ragazzo che, forse, camminava in modo strano, forse cantando. Magari farneticava pure, come diranno gli agenti che dicono di averlo fermato e qualche minuto dopo, alle 6.10, avrebbero chiamato il 118.
Otto minuti dopo l'ambulanza
lo trova già morto, a terra, con le manette ai polsi, a un passo dal cancello del galoppatoio. Non ci sono i margini per la rianimazione. Qualcosa o qualcuno ha causato l'arresto respiratorio che poi ha bloccato per sempre il cuore del ragazzo che camminava da solo, disarmato, che era incensurato, non stava compiendo alcun reato quella mattina e non aveva mai fatto male a nessuno.


La strada verrà bloccata per più di cinque ore. Nel quartiere si sparge la voce che è morto un albanese, oppure un drogato. O un drogato albanese.
A casa di Federico, alle 8 ci si accorge che il letto è vuoto. Il cellulare squilla invano quando sul display si illumina la parola "mamma". Pochi minuti dopo, quando è il padre a chiamare (ma sul telefonino è memorizzato col nome, Lino), una voce imperiosa intima di qualificarsi e spiega che stanno facendo accertamenti su un cellulare "trovato per strada". Solo verso le 11 si presenta una pattuglia a casa Aldrovandi e annuncia il fatto con poche, pochissime, parole. Lo zio paterno, Franco, 42 anni, infermiere, parte per l'obitorio. In macchina gli spiegano: "
Ha preso qualcosa che gli ha fatto male". Ma il viso sfigurato, il sangue alla bocca e un'ecchimosi all'occhio destro fanno venire troppi dubbi. Poi si saprà di due ferite lacero-contuse dietro la testa, dello scroto schiacciato e di due petecchie - due lividi da compressione - sul collo.

"Era una furia", ripetono gli agenti e i funzionari accennando a un comportamento autolesionistico del ragazzo. Dicono che avrebbe sbattuto la testa al muro ma non si troveranno mai tracce di cemento sul viso, né di sangue sui muri vicini. La felpa e il giubbino di quella sera, restituiti alla famiglia, sono intrisi di sangue.

Il mattinale domenicale della questura spara subito la tesi del "malore fatale". Le indagini partono dal medico di famiglia a cui verranno chieste notizie sul "drogato", lo stesso si cercherà di fare con i compagni di Federico, convocati dalla narcotici e dalla mobile e torchiati con domande da film di serie B: "Lo sappiamo che siete tutti drogati, diteci dove comprate la roba". Anche a loro la solita versione: Federico sarebbe stato trovato su una panchina, ucciso da uno "schioppone", ossia da un malore.

Ma il giorno dopo un giornale azzarda dei dubbi.

La questura riesce a far calare il silenzio, chiede (e ottiene) di pubblicare sotto gli articoli sulla vicenda la storia di una maga condannata per calunnia alla polizia. E, stranamente, le indagini d'ufficio vengono assegnate dal pm proprio alla polizia.

Vengono convocati i genitori, senza avvocato, per sentirsi ripetere la versione dell'overdose, della gioventù bruciata ecc... Il procuratore capo dirà perentorio che la morte non è stata causata dalle percosse anticipando l'esito di una autopsia, allora appena disposta, e non ancora resa nota. Anzi, per la quale è stata chiesta un'ennesima proroga.
La perizia tossicologica, però, smentisce la polizia. Dovrà essere l'autopsia a chiarire le circostanze.

 Il rapporto delle volanti svela che quattro agenti sono dovuti ricorrere alle cure del pronto soccorso: due sono usciti con una prognosi di sette giorni, gli altri addirittura di 20. Ma nessuno s'è fatto ricoverare. E' forse il primo caso nella storia della ps, di poliziotti aggrediti che non lo sbandierano ai quattro venti. Perché?

Perché non ammettere la colluttazione? Federico si sarebbe difeso o ha aggredito? Perché usare le manette quando esistono procedure precise per sedare persone con funzioni respiratorie compromesse dall'uso di sostanze? Ci sono pure manganelli in questa storia. Uno addirittura s'è rotto quella mattina, probabilmente sulla schiena, sulle gambe e sul viso del ragazzo. I segni fanno pensare che fosse impugnato al rovescio. Il sangue sul vialetto e sui vestiti fa pensare che le botte sarebbero iniziate a piovere prima del luogo della morte. Forse lo inseguivano, forse urlava mentre fuggiva. Forse è per questo che sono stati chiamati i rinforzi: un'altra volante e una gazzella.

 "E' una calunnia inopportuna e gratuita. Non è neppure ipotizzabile che sia morto per le percosse - dice ancora a "Liberazione" Elio Graziano, questore di Ferrara - è stata una disgrazia, una vicenda penosissima, era in stato di esagitazione. Quando i "nostri" lo fermarono morì, ritengo per gli effetti delle sostanze. E poi ci sono i testimoni...". Già, i testimoni: quelli che si sentono in giro sono resoconti vaghi ed evasivi di persone che avrebbero sentito solo urla e sgommate. Ma Ferrara è una città piccola, tutti sanno tutto. Qualcuno ha visto Federico immobilizzato, a terra, col ginocchio di un agente puntato sulla schiena e un manganello sotto la gola mentre l'altra mano del tutore dell'ordine gli tirava i capelli. Il ragazzo sussultava, faceva salti di mezzo metro. A fianco a lui, una poliziotta si sarebbe vantata: "L'ho tirato giù io, 'sto stronzo!". Così avrebbe riferito un testimone, ragazzo sveglio e vivace, si dice, probabilmente immigrato, ma stranamente sparito di fretta dalla città. Anche sua madre ha visto tutto e non solo lei. Gli Aldrovandi sperano che il clamore della notizia su questo e altri giornali faccia tornare la memoria a qualcuno.


Nei corridoi della questura, la vicenda viene minimizzata ma il blog della signora Patrizia sta seminando preoccupazione e nervosismo. Si lascia trapelare a mezza voce che il ragazzo fosse un tossico e la sua una famiglia "problematica" seguita da un "prete di frontiera.

Sulle tv private il questore insiste: "L'intervento degli operatori è avvenuto al solo scopo di impedire al giovane di continuare a farsi del male". Missione fallita.

March 04

difendiamo Andy!!!

 

Andy Capp è il personaggio principale di una serie di strisce a fumetti di satira a sfondo sociale, intitolata Andy Capp and Florrie(o più semplicemente Andy Capp), creata da Reg Smythe nel 1957.

Andy Capp è un "appassionato" di birra, gioco e ragazze, un fannullone che si fa mantenere dalla moglie e ha come filosofia di vita quella di ottenere il massimo con il minimo sforzo. I litigi e le risse tra marito e moglie non si contano, ma la coppia rimane ben salda perché, in fondo, nessuno dei due potrebbe fare a meno dell'altro. Andy ha bisogno di Flo (la moglie) per poter continuare a fare il "mantenuto" e lei ha come "missione" quella di accudire questo marito scansafatiche

storia

Nasce il 5 agosto 1957 sulle pagine del Daily Mirror, quotidiano londinese. Gli editori del giornale avevano commissionato a Smythe un nuovo personaggio, un ubriacone rissoso e infedele. Quest' uomo si chiama Andy Capp. Pensa e parla di poche cose: donne, calcio, biliardo; le sue passioni sono donne, calcio, biliardo, freccette e, ovviamente, la birra. È sposato con Florrie, una donna che lavora onestamente e che sopporta un marito fannullone, che invece di cercare lavoro passa tutta la giornata a dormire sul divano e, quando è sveglio, si piazza al bancone del pub vicino a casa a bere birra. La coppia è sempre indebitata fino al collo e stenta ad arrivare a fine mese, ma la potenza comica della striscia nasconde la drammaticità della vita dei due personaggi. Dichiaratamente ispirati ai genitori di Smythe, arrivarono negli Stati Uniti soltanto nel 1963.

Dato il grande successo che gli portò la strip, Reg Smythe non portò avanti altri progetti lavorativi, ad eccezione di Buster, figlio di Andy e a lui molto simile, nei primi anni sessanta.

Altri personaggi

  • Madre di Flo: la suocera che nessuno vorrebbe avere. Pettegola, maligna, sempre a criticare il "povero" Andy, il quale risponde alle provocazioni con altrettanta cattiveria.

Nota: Non si è mai visto il suo volto né conosciuto il suo nome.

  • Jack (o Jackie): titolare del pub del quartiere di Andy e Flo. In molte strisce, è lui ad avere l'ultima parola, commentando le vicende che avvengono nel suo locale. Spesso si tratta di un due di picche preso da Andy da una avvenente cliente.
  • Chalkie e Rube: vicini di casa dei protagonisti. È una coppia simile ad Andy e Flo. Anche se apparentemente non sembra ugualmente in crisi perenne, ma gli uomini condividono gli stessi hobby e le donne sono sempre alla staccionata a lamentarsi delle rispettive vite di coppia.
  • Percy: forse l'unico da poter considerare "nemico" di Andy, essendo l'arbitro delle sue partite di calcio (dove Andy è quasi sempre espulso) ma, anche e soprattutto, colui che riscuote le quote di affitto della casa dei Capp (sempre rigorosamente arretrate).
  • Vicario: il pastore della parrocchia di Andy. Cerca in ogni modo di portarlo sulla buona strada, tentando di farlo smettere di bere e di aggiustare la burrascosa vita di coppia dei Capp.

Nota: Se non altro è riuscito a farlo smettere di fumare: pochi anni prima della sua morte, infatti, Smythe cominciò a disegnare Andy Capp senza più la sigaretta in bocca.

In Italia

Andy Capp è diventato noto al grande pubblico italiano in seguito alla sua pubblicazione, durata molti anni, sul famoso settimanale di cruciverba La Settimana Enigmistica, col nome di "Carlo e Alice".

Si è poi elevato a striscia d'autore, grazie alla pubblicazione su Eureka della Editoriale Corno, a cui hanno fatto seguito raccolte in caratteristici volumi brossurati dal formato quadrato

February 22

ULTRAS

Con il termine ultras (o ultrà) (derivato dal francese ultra-royaliste, di origine latina, indicante i più fanatici attori del terrore bianco) si definisce il tifoso organizzato di una determinata società sportiva, più frequentemente di tipo calcistico, ma spesso anche di pallacanestro, hockey, pallanuoto ed altri sport.

L'ultras è caratterizzato da un forte senso di appartenenza al proprio gruppo e dall'impegno quotidiano nel sostenere della propria squadra, che trova il suo culmine durante le competizioni sportive con altre squadre.

Il gruppo a cui fa riferimento prende posto generalmente nel settore dello stadio denominato curva, ovvero il settore "popolare". Negli ultimi anni, tuttavia, alcuni gruppi si sono collocati nel settore laterale denominato distinti(ma sono casi rari).


Gli anni '50 e '60: le origini

Il fenomeno del tifo calcistico nasce in Italia negli anni '50, quando i primi tifosi di squadre di calcio iniziano a riunirsi in gruppo. A Torino nascono i primi esempi di questo fenomeno che inizia poi a diffondersi anche in Inghilterra, dove gli ultras vengono battezzati hooligan.

Nel corso degli anni '60, queste nuove strutture aggregative iniziano a svilupparsi intorno alle grandi squadre dell’epoca. Questi gruppi si distinguono dai supporter tradizionali per il modo attivo ed organizzato di incoraggiare la loro squadra del cuore. Ogni gruppo ultras comincia a caratterizzarsi con un nome simbolico ed uno striscione dietro cui radunarsi.
 Nascono le coreografie per sostenere la propria squadra: si cantano inni, gli stadi si riempiono di bandiere, si lanciano coriandoli e si accendono i primi fumogeni. Parallelamente nasce anche la competizione con i gruppi ultras di altri squadre.

Gli anni '70

Lo sviluppo dei gruppi ultras negli anni '70 coincide con un periodo piuttosto tempestoso della società italiana, toccata a più riprese da episodi di violenza e terrorismo. Anche le azioni dei tifosi iniziano in alcuni casi ad ispirarsi a quelle della guerriglia urbana: i gruppi ultras degli anni '70 vengono fortemente influenzati dal clima politico e dalle tensioni sociali dell'epoca. Tutto ciò era riscontrabile nei cori spesso presi in prestito dalle manifestazioni e dai cortei, nell'abbigliamento paramilitare, nella simbologia riproposta sugli striscioni e negli stessi nomi dei gruppi.
Anni '80 e anni '90

A partire dagli anni '80, tutte le squadre professioniste hanno almeno un gruppo ultras e il modello italiano si espande decisamente in tutto il resto d'Europa, soprattutto tra i paesi latini (Spagna, Portogallo, Francia), Svizzera e tra le ex repubbliche della disciolta Jugoslavia (Slovenia, Croazia, Serbia).

Negli anni '90 si sono viste tifoserie ispirate al modello di tifo ultras italiano anche in Irlanda, Scozia, Paesi Bassi e Germania. Con l'aumento dell'interesse verso il calcio in Canada, Stati Uniti e Australia sono sorti i primi gruppi di tifosi organizzatisi secondo criteri, almeno esteticamente, copiati dagli ultras. All’interno degli stadi di tutta Europa gli ultras diventano sempre più i veri padroni delle curve. Si inasprisce anche il modo di fronteggiarsi tra gruppi avversari di ultras: si diffonde il ricorso alla rissa. Le forze di polizia iniziano ad impegnarsi per arginare gli episodi di teppismo.

Negli anni '90 il problema della violenza nel calcio si aggrava ulteriormente, degenerando in molti casi in atti di ribellione contro le forze dell'ordine ed in episodi di violenza a tratti gravissimi. Il 29 gennaio 1995, poco prima dell'incontro tra Genoa e Milan, un ultras genoano viene accoltellato a morte: l'episodio indusse i rappresentanti della maggior parte dei principali gruppi ultras italiani a partecipare a un raduno che ha rappresentato un importante tentativo di autoregolamentazione. In un documento conclusivo gli ultras condannarono l'utilizzo di armi da taglio durante gli scontri e le aggressioni molti-contro-uno, auspicando un ritorno ai vecchi codici di comportamento ultras.

Il fenomeno oggi

Oggi i gruppi di ultras rappresentano ancora una delle componenti più importanti del mondo del calcio(se non la piu' importante).
Dispongono di sedi, diffondono le loro comunicazioni attraverso siti web, libri, riviste autoprodotte (fanzine) e così via. In risposta alla radicale trasfigurazione commerciale del mondo del calcio iniziata nei primi anni '90 e che ha portato allo stravolgimento degli abituali orari delle partite in base alle esigenze delle pay-tv ed al forte aumento del costo dei biglietti, gran parte del movimento ultras italiano ha dato vita a una serie di iniziative di comune protesta al grido degli slogan "No al calcio moderno".


February 16

lunga vita agli ULTRAS !!!

 
ore 00.48 ritorno a casa dopo piu'di sei ore di riunione
 
la stanchezza è pienamente ripagata dal tipo di serata,
 
dalle esperienze fatte,dalle persone conosciute,dalle parole sentite.
 
 
 
BRACCIA ALZATE...siamo una sola persona,siamo una sola voce,....
FUORI GLI ULTRAS DALLE GALERE!!!!
                                                                   solo chi c'era può capire
February 14

DEONTOLOGIA ULTRAS

I. AMA LA TUA MAGLIA ED I TUOI COLORI, SOPRA OGNI COSA.

II. RISPETTA IL TUO GRUPPO E LA PROPRIA DEONTOLOGIA.

III. NON PORRE ALCUN LIMITE, NE' OSTACOLO, ALLA TUA FEDE, TUTELANDOLA DAL
MALE E DA QUALSIASI TIPO DI OPPOSIZIONE.

IV. SII PRONTO ALLO SCONTRO LEALE, CON ALTRI ULTRAS E NON CON GENTE COMUNE, SENZA USARE LAME O ALTRE ARMI.

V. RESTA COERENTE SEMPRE, IN TUTTE LE AZIONI E/O INIZIATIVE.

VI. DISTINGUITI DALLA MASSA.

VII. SEGUI LA TUA SQUADRA, NEL BENE E NEL MALE, SEMPRE ED OVUNQUE, ANCHE SE SI E' IN CONTESTAZIONE.
 
VIII. ACQUISTA I BIGLIETTI DELLE PARTITE ED AFFRONTA LE TRASFERTE, A TUE SPESE.
 
IX. NON SCENDERE A NESSUN TIPO DI COMPROMESSO, NEL RISPETTO DEI TUOI SENTIMENTI.

X. CONTESTA LA DIRIGENZA ED I CALCIATORI, QUANDO NON RISPETTANO IL TUO CREDO ED I TUOI VALORI.

XI. NON INFANGARE MAI, GLI IDEALI DI QUESTO MOVIMENTO, CON VARIE FORME DI DELINQUENZA QUOTIDIANA.

XII. NON SPORCARE QUESTO CREDO, CON MANIFESTAZIONI DI POLITICA.

XIII. NON RENDERTI PROTAGONISTA DI ATTI VANDALICI, NON DISTRUGGERE TUTTO CIO' CHE TI CIRCONDA, NON RUBARE NEGLI AUTOGRILL.

XIV. CREA STRISCIONI, COREOGRAFIE, MANIFESTI ED ALTRO, ESCLUSIVAMENTE CON LE TUE FORZE, SENZA L'AIUTO ECONOMICO DELLA SOCIETA' DI CALCIO O DI SPONSOR.
 
XV. NON COMMERCIALIZZARE L'IDENTITA' DEL TUO GRUPPO, VENDENDO MATERIALE SE NON PER UTILIZZARE I PROVENTI PER COREOGRAFIE, AFFITTO SEDE E SPESE NECESSARIE PER SOSTENERE LA SQUADRA.

XVI. NON FARE BAGARINAGGIO E NON LUCRARE, SPECULANDO SUL NOME DELLA SQUADRA DI CALCIO CHE SOSTIENI.
February 13

decreto legge

il nuovo decreto legge

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giovedì 08 febbraio 2007
Il testo del provvedimento è stato presentato il 7 febbraio al Consiglio dei Ministri ed è soggetto a modifiche, in ogni momento, fino al momento della pubblicazione in gazzetta ufficiale.
Successivamente il Decreto dovrà andare all’esame delle Camere per la conversione.

In sintesi questi i provvedimenti:
  • il prefetto, in base alle indicazioni fornite dall’Osservatorio sulle manifestazioni sportive, deciderà in quali stadi si dovranno svolgere le partite di calcio senza pubblico, perché non a norma con le misure di sicurezza;
  • vietata la vendita di blocchi di biglietti per i tifosi in trasferta;
  • inasprite le pene per coloro che lanciano razzi e petardi e utilizzano mazze e bastoni in occasione di partite di calcio, sia allo stadio che nelle immediate vicinanze, ai quali può essere comminata la pena della reclusione fino a quattro anni;
  • trasformato in delitto il reato contravvenzionale di mero possesso di razzi o petardi o mazze e bastoni in prossimità degli stadi, prevedendo la specifica sanzione della reclusione da sei mesi a tre anni;
  • entrambe le ipotesi vengono applicate sia nel corso degli eventi sportivi che nelle 24 ore antecedenti o successive le partite;
  • utilizzate misure di prevenzione personale o patrimoniale contro associazioni o club nei quali sono evidenti i favoreggiamenti di tifosi violenti;
  • dilatata fino a 48 ore, dalle attuali 36, il periodo di cosiddetta “quasi flagranza”.

Nel decreto non c'è menzione dell'allungamento del DASPO a 7 anni.
February 11

SPAVALDAMENTE ULTRAS

  per chi non capisce cosa vuol dire...essere come noi!!!

Noi siamo ultrà. Non siamo gente come gli altri. Non amiamo mescolarci con le masse, non vogliamo uniformarci. Siamo pronti a subire torti, oppressioni e sguardi malevoli. Non tradiremo mai ciò in cui crediamo, e continueremo a seguire la nostra linea per sempre. Senza l'appoggio di nessuno, senza che nessuno ci dica bravi. Sempre così, con la sciarpa al collo, in giro per l'Italia, inseguendo un sogno. Non siamo eroi, ma amiamo quello che siamo e vogliamo difenderlo. E anche voi, anche se dell'essere ultrà non ve ne frega niente, dateci retta. Se vi mettono i piedi in testa, se vi sentite pronti a fare la vostra parte per rendere più puro questo mondo, allora venite con noi. Fate come facciamo noi, create un movimento, aggregatevi a qualcuno che la pensa come voi, poco importa se nero, rosso o fucsia, e andate alla conquista del mondo. Non possiamo garantirvi che la vostra vita sarà migliore, questo no. Ma vi assicuriamo che almeno sarà vera."